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Parlare di fine vita non è semplice: È un tema che spesso spaventa, che lascia senza parole e che richiede strumenti delicati per essere affrontato. Eppure esistono luoghi in cui questa dimensione viene vissuta ogni giorno con rispetto, competenza e umanità: gli hospice.

La tesi di Martina Frisenna nasce da un’esperienza concreta in hospice, durante il tirocinio svolto all’interno dell’Hospice di Abbiategrasso. Un contesto in cui la musica non è intrattenimento, ma un mezzo per entrare in relazione, sostenere, ascoltare e accompagnare.

La musicoterapia, in questo ambito, non è soltanto proposta musicale: è presenza, osservazione, ascolto e capacità di adattarsi alla persona che si ha davanti. È uno spazio in cui possono emergere ricordi, emozioni, frammenti di vita e possibilità di contatto, anche quando le parole non bastano.

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Martina si forma come oboista al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e successivamente prosegue gli studi in Belgio. Per anni immagina un futuro legato alla musica d’orchestra e alla performance, ma con il tempo comprende che quella strada, pur facendo parte della sua identità musicale, non corrisponde pienamente a ciò che desidera costruire per sé.

La musica rimane centrale, ma il suo significato si trasforma.

Rientrata in Italia, Martina si avvicina alla musicoterapia e intraprende anche un percorso personale che la aiuta a orientare meglio le sue scelte. Inizia così a interrogarsi non solo su cosa significhi suonare, ma su cosa significhi incontrare l’altro attraverso la musica.

Tesi in musicoterapia - Thesis 4u

Durante la formazione sperimenta diversi contesti, tra cui l’oncologia pediatrica. È lì che matura una consapevolezza importante: guardare la persona prima della malattia.

Questa esperienza contribuisce a orientare il suo sguardo professionale e umano, portandola poi a scegliere l’hospice come luogo di tirocinio e, successivamente, come ambito professionale.

Attualmente Martina lavora come animatrice in RSA e come musicoterapeuta in hospice presso la Fondazione Don Carlo Gnocchi a Milano, dove svolge attività di musicoterapia con pazienti in fase avanzata di malattia.

Il lavoro di Martina assume una prospettiva fenomenologica perché nasce dall’osservazione diretta e dall’esperienza vissuta accanto ai pazienti. Non si limita a descrivere che cosa sia la musicoterapia o quale sia il ruolo dell’hospice, ma prova a raccontare cosa accade nella relazione, come accade e quale significato può assumere per chi la vive.

Un ruolo importante in questo percorso è stato quello del suo mentore, Maurizio Taverna, figura di riferimento per Martina nella sua formazione. Dai suoi insegnamenti apprende non soltanto strumenti tecnici e cornici teoriche, ma soprattutto un modo di stare nella relazione: il valore dell’esperienza vissuta, l’importanza del silenzio, la responsabilità etica della presenza e la capacità di restare accanto senza forzare nulla.

Martina sceglie quindi di non concentrarsi solo sugli aspetti tecnici della musicoterapia, ma di raccontare le persone, le relazioni, i limiti, i silenzi e i piccoli cambiamenti che possono emergere durante una seduta.

La sua tesi diventa così il racconto di un’esperienza concreta, attraversata da domande, incontri, fragilità e possibilità di contatto.

In hospice ogni incontro è diverso. Non esiste una modalità unica, valida per tutti, perché ogni persona porta con sé una storia, un modo di comunicare, una condizione clinica, un vissuto emotivo e un diverso grado di disponibilità alla relazione.

Anche il modo in cui Martina entra nelle stanze cambia in base alla persona che ha davanti e alle indicazioni dell’équipe sanitaria. Prima ancora della musica, c’è l’ascolto: ascolto del contesto, del paziente, ma anche di ciò che OSS, infermieri e medici possono riferire.

Se l’équipe segnala che una persona potrebbe essere oppositiva, diffidente o poco disponibile ad accogliere nuove proposte, Martina sceglie un approccio più graduale. In questi casi non si presenta necessariamente come musicoterapeuta, ma come una persona che porta un po’ di musica.

Al contrario, quando percepisce maggiore apertura o quando il contesto lo permette, si presenta direttamente come musicoterapeuta.

Questa differenza non è un dettaglio: è parte integrante del lavoro. In hospice ogni parola, ogni gesto e ogni modalità di presentazione possono facilitare l’incontro oppure creare distanza. Per questo la musicoterapia, in un certo senso, inizia ancora prima della musica: comincia dal modo in cui ci si avvicina alla persona.

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In musicoterapia, infatti, la musica non è fine a sé stessa: è un mediatore della relazione. In hospice può favorire il contatto, l’espressione emotiva e l’ascolto, sempre nel rispetto dei tempi, dei bisogni e della volontà della persona.

A volte la musica nasce da una scelta condivisa; altre volte è Martina a proporre un brano legato ai ricordi o alla storia del paziente. Un brano può richiamare una persona cara, un luogo, un momento della vita, un’abitudine familiare o un’esperienza significativa.

Ma non sempre la musica trova spazio. Ci sono persone che non la desiderano, o per cui evoca emozioni troppo intense. In questi casi, la musicoterapia non si interrompe: si trasforma.

La presenza, lo sguardo, la postura, una parola semplice o il silenzio diventano strumenti altrettanto significativi.

Come emerge dalla tesi di Martina, il silenzio non è assenza, ma ascolto, rispetto e compagnia.

Uno degli aspetti centrali della tesi riguarda il modo in cui la musica può aiutare a far riaffiorare momenti, emozioni e ricordi. Un brano può riportare alla mente una persona, un luogo, un periodo della vita, un’abitudine o un’esperienza significativa.

In questo senso, la musica diventa un modo per avvicinarsi alla storia della persona, senza forzarla, ma lasciando che siano i ricordi a emergere nel tempo e nel modo possibile.

Nel contesto dell’hospice, la malattia rischia spesso di occupare tutto lo spazio: terapie, sintomi, visite, limiti fisici e cambiamenti quotidiani possono far passare in secondo piano la storia personale del paziente.

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La musica può invece aprire uno spazio diverso, in cui la persona non viene definita soltanto dalla malattia, ma può ritrovare parti della propria identità attraverso ricordi, emozioni e vissuti.

Per Martina, conoscere il paziente è fondamentale: capire qualcosa della sua vita, della sua famiglia, dei suoi gusti musicali, dei suoi ricordi e del suo modo di stare nella relazione. Solo così la proposta musicoterapica può diventare realmente personalizzata e rispettosa.

La musicoterapia in hospice non segue quindi uno schema rigido, ma si costruisce nel qui e ora, adattandosi alla persona, al momento e al contesto. A volte questo significa ascoltare un brano insieme, altre volte cantare, parlare, ricordare o semplicemente restare in silenzio.

Ogni persona reagisce in modo diverso. Alcuni pazienti si lasciano coinvolgere dalla musica, altri rimangono più distanti. Alcuni trovano in un brano un momento di sollievo, altri preferiscono parlare, ricordare o semplicemente avere qualcuno accanto.

Non sempre il riscontro è immediato o visibile. A volte il valore dell’incontro si manifesta in piccoli segnali: uno sguardo, un sorriso, un respiro diverso, una frase, un ricordo che riaffiora.

In alcuni casi, anche pazienti con Alzheimer o decadimento cognitivo possono mostrare piccoli cambiamenti: maggiore vigilanza, frammenti di canto, una partecipazione improvvisa, un sorriso riconosciuto.

Non si tratta di “risultati” nel senso tradizionale del termine, ma di momenti di contatto che hanno valore in sé.

La musicoterapia non elimina la malattia e non cambia l’esito clinico, ma può offrire uno spazio di ascolto, riconoscimento e presenza. Può permettere alla persona di sentirsi ancora vista, considerata e accolta nella propria interezza.

Descrivere il lavoro in hospice significa confrontarsi con una dimensione complessa. Le tematiche sono delicate: la malattia, il limite, la perdita, la paura, il dolore dei pazienti e quello dei familiari.

Martina non nega la fatica emotiva di questo lavoro. Anche quando non conosce profondamente la persona che ha davanti, può accadere di provare dolore, coinvolgimento, commozione o senso di impotenza.

Eppure, proprio dentro questa complessità, riconosce il valore del proprio percorso. È un lavoro che sente profondamente suo, perché le permette di utilizzare la musica non solo come linguaggio artistico, ma come strumento di relazione, ascolto e vicinanza.

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Il suo obiettivo principale è far comprendere a chi la circonda le molte emozioni che questo lavoro suscita. Non solo la tristezza o il dolore, ma anche la tenerezza, la gratitudine, la sorpresa, la vicinanza, la delicatezza e la possibilità di sentirsi ancora in relazione.

Per Martina, raccontare la musicoterapia in hospice significa mostrare che anche nei contesti più complessi possono esistere dignità, cura, umanità e bellezza. Non una bellezza idealizzata, ma concreta: fatta di piccoli momenti, di rispetto, di ascolto e di presenza autentica.

È proprio questo uno degli aspetti che la rende profondamente fiera della sua tesi: aver provato a raccontare un lavoro che ama davvero, senza nasconderne la complessità, ma anche senza ridurlo soltanto al dolore.

Dopo la laurea, Martina continua a interrogarsi sul proprio ruolo e sul significato del lavoro in hospice. È consapevole che in questo contesto non si possa cambiare la condizione della persona o il percorso della malattia. Il suo compito non è quello di “risolvere”, ma di esserci. Attraverso la musicoterapia, Martina porta la propria presenza e utilizza la musica come canale comunicativo ed emozionale.

Un brano, un suono, una voce o anche un momento di silenzio possono diventare modi per entrare in relazione, per accogliere ciò che emerge e per offrire alla persona uno spazio in cui sentirsi ascoltata.

Questo significa avvicinarsi con rispetto, senza invadere, accettando anche il rifiuto o il silenzio. In hospice, la cura può passare anche da una presenza discreta, da una proposta musicale calibrata, da un ascolto attento e dalla capacità di adattarsi a ciò che la persona può o desidera accogliere in quel momento.

Martina desidera continuare ad approfondire la propria formazione, anche attraverso un master specifico in ambito hospice e palliativo, per consolidare ed integrare ulteriori strumenti, conoscenze e consapevolezza professionale.

Per Martina, questa tesi non rappresenta soltanto la conclusione di un percorso accademico. È il risultato di un’esperienza vissuta con intensità, attenzione e coinvolgimento.

È un lavoro di cui è profondamente fiera, perché ci ha messo tutta sé stessa. Racconta qualcosa che ama davvero e che desidera continuare a fare nella propria vita.

Il valore della tesi sta proprio nella sua autenticità: non idealizza l’hospice, non semplifica la complessità della malattia e non trasforma il dolore in racconto romantico. Al contrario, prova a restituire la realtà di un lavoro delicato, fatto di tecnica, sensibilità, supervisione, ascolto e responsabilità etica.

Il lavoro di Martina ci ricorda che la musicoterapia in hospice non è solo musica: è relazione, presenza, ascolto. È un modo per dare spazio ai ricordi, alle identità e alle emozioni, anche quando le parole non bastano.

Ed è proprio in questo equilibrio — tra professionalità e umanità, tra musica e silenzio, tra limite e presenza — che la sua tesi trova il suo valore più grande.