Ciao a tutti e a tutte bentornati in un nuovo articolo del blog di Thesis 4u, la startup innovativa che mette in collegamento gli studenti e le studentesse con le aziende, grazie alle tesi di laurea in azienda.
Il passaggio tra il mondo accademico e quello professionale è spesso descritto come un salto nel vuoto, un momento di incertezza in cui migliaia di studenti cercano di capire come trasformare anni di studio in qualcosa di concreto. In questo scenario complesso, realtà come Thesis nascono proprio per colmare il gap, agendo da ponte tra la creatività degli studenti e le esigenze reali delle aziende.
Oggi vi portiamo in un contesto molto diverso dal solito laboratorio universitario: un viaggio che parte da Milano e arriva fino alla Polinesia Francese, dove una giovane ricercatrice, Elena, ha trasformato la sua tesi magistrale in un’esperienza scientifica e personale fuori dal comune.
Parliamo di un progetto che unisce fisiologia, conservazione marina e una buona dose di determinazione. Una tesi che nasce da un’idea chiara, quella di studiare gli squali da vicino, e che, passo dopo passo, email dopo email, è diventata realtà grazie alla partecipazione al Physioshark Project, uno dei programmi più interessanti dedicati allo studio degli squali neonati.
Un percorso fatto di ricerca sul campo, notti nella laguna, campionamenti, laboratori e sfide logistiche e che può rivelarsi un’occasione per scoprire chi siamo e cosa vogliamo fare davvero.
Dalla Polinesia alla Bicocca: la storia di una tesi sugli squali che ha cambiato la vita a Elena
All’inizio ottenere questa tesi è stato davvero complicato. Io volevo assolutamente lavorare sugli squali, degli animali estremamente affascinanti a cui mi sono lentamente appassionata iniziandoli a studiare con un tirocinio curriculare in Messico. Ma non mi interessava un progetto qualunque, avevo le idee abbastanza chiare: cio’ che piu’ mi interessava era studiarne la fisiologia ed in particolare l’effetto del cambiamento climatico e del riscaldamento degli oceani sul loro stato di salute.
Come si può intuire da queste parole, Elena aveva le idee molto chiare, ma allo stesso tempo si ritrovava completamente senza una direzione.
Così, letteralmente, Elena apre Google e digita le parole chiave per la sua tesi: “fisiologia squali”. È così che scopre il Physioshark Project, un programma di ricerca molto noto, guidato da una ricercatrice australiana, che studia la fisiologia degli squali neonati in Polinesia Francese: decide a quel punto di scrivere alla professoressa. Nessuna risposta. Riprova. Silenzio. Passano i mesi.
Elena continua a insistere, finché capisce che forse deve cambiare strategia. Così contatta la dottoranda del gruppo, immaginando che potesse essere più disponibile. E infatti è proprio lei a risponderle subito e a metterla in contatto con la supervisor. A maggio arriva finalmente la mail che aspettava da mesi: “Possiamo parlarne, facciamo una chiamata.”
A Elena viene spiegato che il progetto è stagionale, da settembre ad aprile, perché coincide con la stagione delle piogge e con il periodo di nascita degli squali di barriera, in particolare la specie Carcharhinus melanopterus, lo squalo pinna nera del reef.
Per partecipare, però, non basta la motivazione: ogni studente deve portare un proprio progetto. Ed è qui che Elena gioca la sua carta vincente!
Durante la triennale aveva lavorato ad un progetto di ricerca in collaborazione tra il Marhe Center (MaRHE Center) e l’acquario di Genova, analizzando l’effetto del cambiamento climatico su due diverse specie di medusa. In particolare erano state analizzate le HSPs, Heat Shock Proteins, proteine che indicano lo stress cellulare degli organismi viventi (incluso l’uomo!). Il suo supervisor alla Bicocca, ricercatore del Marhe Center, studiava queste proteine nei coralli. Insieme si chiedono: “Perché non proporre di analizzarle negli squali?”
Era un’idea nuova, mai testata prima, eppure la professoressa australiana si mostra subito interessata. E così Elena ottiene il via libera per partire per la Polinesia Francese.
Una tesi sugli squali: la partenza per la Polinesia
A settembre Elena parte e rimane in Polinesia fino ad Aprile. Il progetto si appoggia al CRIOBE, un centro di ricerca francese con una sede locale. Lì si studiano soprattutto i coralli, ma per sei mesi all’anno il centro ospita anche il Physioshark Project. Per Elena inizia un’esperienza che è allo stesso tempo scientifica, personale e profondamente trasformativa.
Durante i mesi in Polinesia, Elena entra nel vivo del progetto sugli squali neonati, un programma che ogni anno, per sei mesi, coinvolge ricercatori e studenti da tutto il mondo. L’obiettivo è monitorare la presenza e lo stato di salute degli squali appena nati intorno all’isola.
Ogni sera, dal lunedì al venerdì, al tramonto (il momento in cui gli squali sono più attivi) Elena e il team visitano e monitorano 14 siti di interesse diversi intorno all’isola. La laguna è bassa, si cammina sempre “a mezz’acqua” e viene stesa una rete lunga 50 metri, perpendicolare alla spiaggia, da lasciare in posizione per tre ore. Ogni venti minuti il team percorre la rete avanti e indietro per controllare che nessuno squaletto sia rimasto impigliato.
Quando succede, la procedura che ci racconta Elena è delicatissima: lo squaletto viene liberato con attenzione per evitare stress o ferite, lo tengono tra le mani e lo portano verso la spiaggia, dove li aspettano dei cooler riempiti con acqua di mare. Lì vengono effettuate tutte le misurazioni necessarie, quali lunghezza, larghezza e peso, viene posizionato un tag identificativo sulla pinna dorsale e presi diversi campioni biologici, quali feci e sangue, quest’ultimo finalizzato al progetto di tesi magistrale di Elena.
Per farlo, Elena ha utilizzato una tecnica particolare: mette lo squaletto a pancia in su, inducendo la cosiddetta immobilità tonica, una sorta di trance naturale che li calma e li rende più gestibili. Con una siringa preleva pochi millimetri di sangue vicino alla pinna caudale. Elena ci ha raccontato che all’inizio è stato complicatissimo perché non lo aveva mai fatto prima e non esistono online dei veri e propri protocolli su come fare questa operazione. E infatti, ha dovuto studiare, confrontare metodi usati sui pesci, fare tentativi.
E’ bene specificare che tutte le operazioni sono state fatte in meno di 5 minuti, nella maniera piu’ veloce e meno invasiva possible per evitare di causare eccessivo stress allo squalo. Alla fine delle misurazioni e dei prelievi, lo squalo neonato e’ stato liberato in mare.
Una tesi sugli squali: gli esperimenti in vasca e la simulazione climatica del futuro
Parallelamente al lavoro in mare, Elena ha seguito un secondo filone del progetto. Alcuni squali appena nati, lunghi tra i 30 e i 60 centimetri, vengono trasferiti nei Wet Laboratories del CRIOBE (Center for Insular Research and Environmental Observatory), una stazione di ricerca francese sede del progetto, dove sono allestite vasche sperimentali.
Elena prepara quattro vasche, ognuna con una temperatura dell’acqua diversa. L’obiettivo è capire come la variabilità termica, sempre più accentuata dal riscaldamento globale, influenzi la fisiologia degli squali neonati. Questi animali, infatti, trascorrono i primi anni di vita nelle acque basse e calde della laguna, dove la temperatura può oscillare molto rapidamente.
Per due settimane, Elena campiona il sangue degli squali a tempistiche diverse per monitorare lo stato di salute durante e dopo lo stress termico applicato.
Oltre alle Heat Shock Proteins, Elena si è occupata di analizzare parametri fisiologici di base: lattato, glucosio, emoglobina, ematocrito, usando strumenti portatili, così da registrare i valori immediatamente.
Una tesi sugli squali: la sfida nel portare i campioni in Italia
Quando abbiamo chiesto ad Elena quale fosse stata la parte più sfidante del progetto, ci ha subito risposto che la difficoltà maggiore è stato capire come riportare i campioni raccolti nei suoi mesi di lavoro in Italia.
Infatti, le analisi molecolari da effettuare per rivelare la presenza delle Heat Shock Proteins, non potevano essere fatte in Polinesia e per questo Elena doveva pensare a come trasportare tutti i campioni in università in Italia.
Elena ha usato un dry shipper, un contenitore trattato con azoto liquido capace di mantenere temperature estremamente basse. Elena, infatti, lo riempie con tutti i campioni, ma la spedizione si rivela un incubo burocratico: permessi francesi, dichiarazioni biologiche, documenti doganali.
“Stai spedendo sangue di squalo”, ci ha raccontato. “Non è proprio un pacco qualunque.”
Una volta spedito, questa studentessa ci racconta che il dry shipper ha viaggiato da solo e che non dimenticherà mai l’ansia che il contenitore potesse perdersi. Invece, per fortuna, arriva a Malpensa permettendo di poter dare il via ai mesi di analisi nei laboratori dell’Università Bicocca di Milano.
Le analisi in Bicocca: cosa ha rivelato la tesi sugli squali di Elena
Le analisi molecolari effettuate, tramite la tecnica della Western Blot, hanno mostrato delle evidenze molto interessanti. Prima tra tutti l’effettiva presenza e sovraespressione delle Heat Shock Proteins durante e dopo lo stress termico.
Ma cosa significa? In sostanza, gli squali attivano meccanismi cellulari di protezione per contrastare lo stress ossidativo. Elena infatti ci racconta che si tratta di animali resilienti, almeno entro un certo range di temperatura, tuttavia la domanda ancora aperta è se questi meccanismi basteranno in futuro a proteggerli, con l’aumento previsto delle temperature oceaniche dovuto al continuo ed inarrestabile cambiamento climatico.
Tesi sugli squali: un’esperienza che va oltre la scienza
Al di là del lavoro scientifico, l’esperienza in Polinesia ha lasciato in Elena un segno profondo anche dal punto di vista umano, un tassello fondamentale della sua crescita professionale e non.
Il CRIOBE è un centro francese, e questo ha significato dover imparare rapidamente il francese per integrarsi, seguire le riunioni, collaborare con ricercatori provenienti da ogni parte del mondo.
Tra i ricordi più speciali, Elena racconta di aver assistito a un evento rarissimo: la riproduzione dei coralli in vasca. Una notte intera passata con le torce in mano, a raccogliere le uova appena rilasciate, in un momento che difficilmente potrà dimenticare.
E allora, arrivati alla fine di questa storia, è naturale chiedersi: come ha fatto a costruire tutto questo da sola? La sua risposta è sempre la stessa:
“Siate insistenti. Se non lo fossi stata, non ce l’avrei fatta.”
Avere le idee chiare, cercare, scrivere, bussare alle porte giuste, insistere con educazione ma con costanza. È così che si costruiscono le opportunità, è così che una tesi sugli squali può trasformarsi in un viaggio dall’altra parte del mondo, ed è così che un’esperienza accademica può diventare il primo passo di una vita professionale ricca e sorprendente.
La storia di Elena lo dimostra: quando la determinazione incontra la curiosità, il percorso può portare molto più lontano di quanto si immagina.





