Ciao a tutti e a tutte bentornati in un nuovo articolo del blog di Thesis 4u, la startup innovativa che mette in collegamento gli studenti e le studentesse con le aziende, grazie alle tesi di laurea in azienda.

Il passaggio tra il mondo accademico e quello professionale è spesso descritto come un salto nel vuoto, un momento di incertezza in cui migliaia di studenti cercano di capire come trasformare anni di studio in qualcosa di concreto. In questo scenario complesso, realtà come Thesis nascono proprio per colmare il gap, agendo da ponte tra la creatività degli studenti e le esigenze reali delle aziende. Ma cosa succede quando un’idea nata durante una notte insonne si trasforma in un progetto in grado di cambiare la vita delle persone?

È quello che abbiamo scoperto chiacchierando con Stefano, un ingegnere dell’automazione che ha fatto della rivoluzione dell’Inclusione tecnologica la sua missione personale. Attraverso il suo racconto, emerge chiaramente come l’innovazione non sia solo una questione di circuiti e algoritmi, ma di empatia, ascolto e capacità di rispondere a problemi reali che spesso rimangono invisibili ai più.

La storia del progetto che stiamo per raccontarvi non è solo quella di un brevetto o di una tesi di successo, ma è il manifesto di una generazione che vuole ridisegnare il concetto di accessibilità, partendo da Bologna per arrivare a fare la differenza.

In un mondo dove tutto corre veloce, fermarsi a pensare a come un non vedente interagisce con uno smartphone o attraversa una strada non è solo un esercizio di stile, ma un atto di design necessario per un futuro più equo. Stefano ci ha accompagnato in un viaggio che parte dai laboratori dell’Università di Bologna e arriva alla progettazione di dispositivi indossabili rivoluzionari.

Tutto ha inizio con quella che Stefano definisce scherzosamente una “illuminazione notturna”, nata dalla necessità di risolvere un problema concreto. Molte delle migliori startup non nascono in uffici lussuosi, ma dalla capacità di unire puntini tecnologici che altri non riescono a vedere. Durante il suo percorso accademico all’Università di Bologna, Stefano si era imbattuto nello studio dei materiali piezoelettrici, componenti capaci di generare energia meccanica se sottoposti a impulsi elettrici e viceversa (come alcuni pace-maker, device autoalimentati per il cuore che sfruttano i battiti per generare il segnale elettrico successivo).

Da qui, l’associazione mentale è stata fulminea: perché non usare queste proprietà per creare una barra Braille più economica e accessibile per tutti? Questa intuizione ha gettato le basi per una vera e propria rivoluzione dell’Inclusione nel campo della lettura digitale per non vedenti. Attualmente, i dispositivi che permettono ai non vedenti di leggere testi digitali in Braille sono estremamente costosi e complessi. Prezzi che superano i 3.000 euro per singolo modulo rendono questa tecnologia un lusso per pochi eletti nel mondo.

Questa barriera economica rappresenta un ostacolo insormontabile per la parità di accesso alla cultura e all’informazione globale. Insieme a Iacopo, socio e co-founder, il progetto ha preso forma inizialmente durante un esame universitario di “Business Plan”. Ma la vera svolta tecnica è arrivata grazie al supporto di un docente, il professor Gregorio Pisaneschi, che ha suggerito l’uso di leghe a memoria di forma (SMA). Questi sottilissimi fili metallici si comportano come veri e propri “tendini artificiali” estremamente efficienti dal punto di vista meccanico.

Quando vengono scaldati da una piccola corrente elettrica, si contraggono e si espandono con estrema precisione millimetrica. Questa caratteristica permette di muovere i piccoli pin che compongono i caratteri Braille in modo silenzioso e affidabile. Il risultato finale è stato un attuatore estremamente compatto, leggero e, soprattutto, a basso costo di produzione. Dimostrare che la tecnologia può essere democratizzata è stato il primo passo per una profonda rivoluzione dell’Inclusione.

Uno degli errori più comuni nel mondo delle startup è innamorarsi perdutamente della propria soluzione anziché focalizzarsi sul problema reale. Stefano e il suo team lo hanno capito durante il percorso di accelerazione con la prestigiosa Fondazione Golinelli di Bologna. Interfacciandosi direttamente con la comunità dei non vedenti, hanno scoperto una realtà che i libri di testo accademici non insegnano affatto. Hanno compreso che il Braille, per quanto fondamentale storicamente, sta vivendo una fase di declino tra le nuove generazioni digitali.

Le persone sotto i 45 anni preferiscono di gran lunga utilizzare la sintesi vocale, molto più rapida e già integrata negli smartphone. Imparare il Braille richiede mesi di esercizio costante e, per chi non è nato cieco, rappresenta spesso una sfida frustrante. Questo feedback diretto ha spinto il team verso un “pivot” strategico, un cambio di rotta fondamentale per la loro rivoluzione dell’Inclusione. Non potevano limitarsi a un solo dispositivo di lettura, dovevano guardare all’interazione quotidiana a trecentosessanta gradi.

Parlando con Fabio, un componente del team non vedente ed estremamente autonomo, è emerso un problema quotidiano molto più pressante e fastidioso. Un non vedente deve spesso impugnare il bastone bianco con una mano e lo smartphone nell’altra per orientarsi col GPS. Questo significa avere entrambe le mani costantemente occupate, creando una situazione di potenziale pericolo e di grande scomodità fisica. In una città affollata, non avere una mano libera limita enormemente l’autonomia e la sicurezza percepita dall’utente.

Da questa analisi profonda è nata l’idea di un anello intelligente, un dispositivo indossabile e minimale che si connette via Bluetooth. Questo strumento permette di controllare lo smartphone tramite semplici gesti delle dita, senza mai dover estrarre il telefono dalla tasca. Questa evoluzione dimostra come l’ascolto attivo degli utenti finali sia il motore principale di ogni vera rivoluzione dell’Inclusione. Non si tratta di imporre una tecnologia complessa, ma di adattarla sapientemente alle abitudini e alle necessità reali delle persone.

braille fly

L’ambizione di Stefano e del suo team non si ferma alla creazione di un singolo gadget indossabile per una nicchia di utenti. Essi puntano alla creazione di un vero e proprio ecosistema digitale aperto che favorisca una rivoluzione dell’Inclusione su scala globale. L’idea alla base è quella di un “framework di sviluppo” universale che permetta a diversi dispositivi digitali di comunicare in modo fluido. Mentre i giganti della Silicon Valley spingono sul protocollo Matter, il team bolognese vuole aggiungere un tassello fondamentale: la localizzazione.

Attraverso la triangolazione Bluetooth di precisione, ogni dispositivo connesso è in grado di stimare costantemente la distanza dagli altri oggetti smart. Immaginate un non vedente che entra in una stanza e riceve un feedback immediato sugli oggetti che lo circondano semplicemente puntandoli. Puntando il dito verso una lampadina o una macchina del caffè, l’anello potrebbe permettere l’attivazione immediata del dispositivo associato.

Questo sistema di interconnessione intelligente rappresenta la prossima frontiera della rivoluzione dell’Inclusione tecnologica nel settore della domotica assistiva.

Questo approccio potrebbe rivoluzionare anche l’accesso ai servizi della pubblica amministrazione e ai sistemi di trasporto urbano. Pensate alle fermate degli autobus o ai semafori intelligenti che spesso risultano inaccessibili o danneggiati per atti di vandalismo. Oggi, molti semafori hanno pulsanti fisici per la chiamata pedonale che sono difficili da individuare o semplicemente non funzionanti.

Grazie a piccoli beacon Bluetooth a basso costo, un utente dotato dell’anello smart potrebbe “prenotare” l’attraversamento in totale autonomia.

Non si tratta solo di una questione di comodità, ma di restituire dignità e indipendenza a chi vive la città ogni giorno. L’obiettivo finale è creare un linguaggio universale dove la tecnologia non sia più un ostacolo, ma un’interfaccia totalmente trasparente e inclusiva. Un approccio open source e collaborativo è la chiave per evitare la frammentazione del mercato che danneggia gli utenti finali più fragili.

Solo attraverso la condivisione degli standard possiamo sperare in una vera e propria rivoluzione dell’Inclusione che non lasci indietro nessuno.

Il racconto di Stefano tocca anche un tasto molto dolente per molti neolaureati: la ricerca del lavoro ideale e il networking. Bologna e l’Emilia-Romagna sono il cuore pulsante della cosiddetta Packaging Valley, un distretto industriale di eccellenza mondiale che assorbe molti talenti. Tuttavia, Stefano sottolinea come spesso gli studenti siano indirizzati verso percorsi di carriera standardizzati e poco fantasiosi dai propri tutor accademici. Esistono nicchie incredibili, come il settore biomedicale o della radioprotezione, che offrono opportunità di carriera stimolanti ma poco conosciute dai giovani.

Spesso, le aziende non sanno comunicare bene le proprie opportunità di stage, rendendo la ricerca un labirinto frustrante per lo studente. Qui entra in gioco l’importanza del networking etico e del passaparola, strumenti fondamentali per una rivoluzione dell’Inclusione lavorativa efficace. Stefano racconta come la sua esperienza tra ricerca universitaria e ospedaliera gli abbia permesso di capire la trasversalità delle competenze ingegneristiche moderne.

Molti ragazzi arrivano alla laurea con un senso di smarrimento, temendo che esista un unico sbocco professionale possibile e monotono.

L’esperienza di Thesis conferma che il mercato ha una fame incredibile di talenti, ma mancano spesso i connettori giusti tra le parti. Spesso le posizioni lavorative più interessanti non passano per i classici annunci freddi, ma nascono all’interno di collaborazioni nate durante la tesi. Aprire la mente verso settori meno conosciuti può fare la differenza tra un lavoro subìto per necessità e una carriera entusiasmante.

La rivoluzione dell’Inclusione professionale passa anche attraverso una corretta e trasparente informazione che permetta a ogni studente di fiorire.

Bisogna rompere lo stigma secondo cui esiste un solo percorso predefinito per chi studia ingegneria o materie scientifiche ad alto livello. Stefano stesso ha cambiato rotta diverse volte, passando dalla ricerca accademica pura al settore delle vendite tecniche in una multinazionale come Siemens. Questa flessibilità non è un segno di incertezza, ma una strategia deliberata per acquisire competenze diverse e trasversali nel tempo. La carriera moderna deve essere vista come un mosaico di esperienze che contribuiscono a una visione del mondo più ampia e inclusiva.

In un’epoca segnata da una profonda diffidenza verso le multinazionali del tech, Stefano pone l’accento su un tema assolutamente cruciale: l’etica. Il progetto dell’anello e della barra Braille non vuole essere una scalata frenetica verso il successo finanziario a ogni costo. Si tratta di un tentativo onesto di costruire un’impresa sostenibile basata sulla trasparenza radicale verso l’utente finale e i suoi bisogni. Le persone con disabilità sono stanche di promesse tecnologiche mirabolanti che poi non trovano riscontro nella vita quotidiana reale e difficile.

Costruire una autorità nel campo tecnologico delle disabilità significa garantire che ogni riga di codice sia pensata per il bene comune. Stefano crede fermamente che la trasparenza sarà la moneta più preziosa nel mercato del futuro, superando il valore del puro profitto. Questa visione etica è la colonna portante della sua personale rivoluzione dell’inclusione, che mira a rimettere l’essere umano al centro del design. La scelta di continuare il progetto come “side project” gli permette di mantenere un’indipendenza intellettuale e creativa che sarebbe altrimenti impossibile.

L’obiettivo a lungo termine è quello di creare una community globale dove l’innovazione sia il risultato di uno sforzo collettivo e partecipato. In un futuro in cui l’intelligenza artificiale diventerà onnipresente, la differenza la farà chi saprà mantenere un approccio profondamente umano e sensibile. La tecnologia deve servire a unire le persone, non a creare nuove barriere di accesso basate sul censo o sulle capacità fisiche. Questa è la vera essenza della rivoluzione dell’inclusione che Stefano e i suoi soci stanno portando avanti con coraggio e determinazione.

Non cercano investitori che vogliano solo moltiplicare il capitale, ma partner che condividano una visione di società più giusta e accessibile. La sostenibilità di un progetto si misura anche dalla capacità di resistere alle lusinghe del mercato facile per proteggere i propri valori. La strada è ancora lunga, ma la direzione intrapresa sembra essere quella corretta per generare un impatto sociale duraturo e significativo. Stefano ci ricorda che l’ingegneria senza etica è solo un esercizio di stile fine a se stesso e privo di anima.

La chiacchierata con Stefano ci lascia un insegnamento fondamentale e prezioso: non serve essere supereroi per provare a cambiare le cose. Serve però avere la curiosità instancabile di guardare oltre il proprio naso e la voglia di ascoltare chi vive difficoltà diverse dalle nostre. Il progetto nato tra Bologna e Bisceglie ci insegna che la rivoluzione dell’inclusione è un cantiere sempre aperto e in continua evoluzione. Richiede competenze tecniche d’eccellenza, ma anche una grandissima dose di umiltà e spirito di osservazione verso il mondo circostante.

Agli studenti che oggi si sentono smarriti di fronte alla scelta della tesi o al primo impiego, Stefano lancia un messaggio chiaro. È possibile creare il proprio percorso personale e il supporto dei propri pari è la risorsa più preziosa che abbiamo a disposizione. Non abbiate paura di proporre idee fuori dagli schemi o di contattare realtà che sembrano lontane dal vostro ambito di studio tradizionale. La diversità di pensiero è il carburante che alimenta ogni vera rivoluzione dell’Inclusione tecnologica e sociale nel nostro Paese.

Noi di Thesis continueremo con orgoglio a dare voce a queste storie di innovazione dal basso, perché crediamo nel talento dei giovani. Premiare chi osa fare progetti particolari è l’unico modo che conosciamo per ispirare la prossima ondata di innovatori e sognatori concreti. L’importante è non smettere mai di chiedersi onestamente come rendere questo mondo un po’ più semplice e accessibile per qualcun altro. La sfida globale è lanciata, e il futuro, se costruito con etica, non deve più farci così tanta paura come un tempo.

Siamo pronti a sostenere ogni studente che voglia intraprendere questo viaggio entusiasmante tra università e impresa, promuovendo sempre una cultura inclusiva. La rivoluzione dell’inclusione è appena iniziata e c’è spazio per tutti coloro che hanno voglia di mettersi in gioco con passione. Restate connessi per scoprire le prossime storie di successo e i progetti che stanno ridisegnando il domani del lavoro e della tecnologia. Insieme possiamo davvero fare la differenza, un passo alla volta, una tesi alla volta, verso un futuro senza barriere.