Ciao a tutti e a tutte bentornati in un nuovo articolo del blog di Thesis 4u, la startup innovativa che mette in collegamento gli studenti e le studentesse con le aziende, grazie alle tesi di laurea in azienda.
Hai presente quella sensazione che ti prende la notte prima di un esame? Quel mix letale di caffeina, ansia e la domanda esistenziale che rimbomba in testa: “Ma chi me l’ha fatto fare?”. Ecco, se ti sei mai sentito così, sappi che non è solo colpa dello stress o della sessione invernale. C’è qualcosa di più grande, un bug nel sistema che stiamo vivendo sulla nostra pelle.
Siamo cresciuti con il mantra dei nostri genitori e nonni: “Studia, prendi il pezzo di carta e avrai un futuro assicurato”. Una promessa che, per anni, è sembrata solida come il cemento armato. Ma oggi, guardando i dati, quella promessa scricchiola. Siamo di fronte a quello che possiamo definire Il Paradosso della Laurea. Un cortocircuito tutto italiano dove l’impegno non sembra corrispondere automaticamente al risultato, almeno non quanto accade ai nostri vicini di casa europei.
L’ultimo rapporto Education at a Glance 2025 dell’Ocse è appena uscito ed è una doccia fredda. O meglio, uno spoiler che forse non volevamo leggere, ma che dobbiamo assolutamente analizzare. Perché riguarda il nostro tempo, i nostri soldi e, soprattutto, le nostre aspettative. Mettiti comodo (magari non sui libri, per una volta), perché stiamo per smontare i dati pezzo per pezzo e capire come sopravvivere a questo scenario.

Che cos’è il paradosso della laurea e cosa dicono i numeri
Partiamo dai fondamentali. Se guardiamo l’Italia dall’alto, la situazione educativa sembra un quadro astratto dipinto male. Il rapporto Ocse ci sbatte in faccia una realtà cruda: siamo il fanalino di coda in Europa per numero di laureati.
Parliamo della nostra fascia d’età, quella “d’oro”, tra i 25 e i 34 anni. In questa demografica, che dovrebbe rappresentare il motore pulsante dell’innovazione e del mercato del lavoro, in Italia la percentuale di laureati si ferma al 32%.
Ti sembra un numero accettabile? Spoiler: non lo è.
Per darti un metro di paragone, la media Ocse è del 49%. Significa che in un gruppo random di giovani dei paesi sviluppati, quasi la metà ha in tasca una laurea. Da noi, meno di uno su tre.
Ma il Paradosso della Laurea diventa ancora più evidente (e doloroso) se guardiamo ai nostri vicini, quelli con cui ci confrontiamo per l’Erasmus o per le vacanze estive.
- Francia e Spagna viaggiano spedite con il 53% di giovani laureati.
- La Germania si attesta al 40% (ma lì c’è un sistema di formazione professionale che è un altro pianeta, ne parleremo dopo).
- Chi fa peggio di noi? Tra i paesi analizzati, solo il Messico con il 29%.
Essere un gradino sopra il Messico e chilometri sotto la Francia non è esattamente il “Rinascimento” che ci aspettavamo. Questo dato ci dice una cosa semplice: in Italia, arrivare alla fine del percorso accademico è un’impresa per pochi, non la norma. E questo crea un problema di competitività mostruoso quando decidiamo di varcare i confini nazionali.
Il paradosso della laurea e il “gap” delle origini
Qui entriamo in un territorio scivoloso, quello che fa arrabbiare (giustamente). Uno dei principi cardine su cui ci piace pensare sia fondata l’università è la meritocrazia. Se sei bravo, vai avanti. Se ti impegni, spacchi.
Beh, il rapporto Ocse 2025 ci dice che il Paradosso della Laurea ha una forte componente ereditaria.
L’ascensore sociale in Italia non è solo rotto; sembra che qualcuno abbia tagliato i cavi.
I dati sono impietosi: tra i giovani che hanno genitori senza un titolo di studio superiore alla terza media, soltanto il 15% riesce a conquistare la laurea.
Rileggilo: 15%.
Dall’altra parte della barricata, se hai almeno un genitore laureato, le tue probabilità schizzano alle stelle. È come giocare a un videogioco settato su “Difficile” per alcuni e su “Facile” per altri. Chi parte svantaggiato deve affrontare ostacoli economici, culturali e di supporto che rendono il percorso universitario una corsa a ostacoli, mentre per altri è un’autostrada.
Questo aspetto del Paradosso della Laurea è forse il più ingiusto. L’istruzione dovrebbe essere lo strumento per cancellare le disuguaglianze di partenza, non per certificarle. Invece, in Italia, il titolo di studio dei genitori è ancora il miglior predittore del successo accademico dei figli. Non è talento, è statistica. E questo ci dice che il sistema di diritto allo studio, le borse di studio e il supporto all’orientamento hanno bisogno di un update urgente, perché la versione attuale sta lasciando indietro troppe persone valide.

Quanto vale davvero il “Pezzo di Carta”? L’aspetto economico
Ok, mettiamo che tu abbia superato tutto: test d’ingresso, esami scoglio, notti insonni, tesi compilativa o sperimentale, e finalmente hai quella corona d’alloro in testa. Sei un dottore. Adesso si passa all’incasso, giusto?
Qui il Paradosso della Laurea mostra il suo lato più cinico: quello del portafoglio.
In tutto il mondo, studiare di più significa guadagnare di più. È la base dell’investimento in capitale umano. Ma in Italia, il ritorno sull’investimento (ROI, per fare i fighi) è decisamente basso.
Secondo l’Ocse, nel nostro Paese la laurea porta a guadagnare appena il 33% in più rispetto a chi ha solo un diploma di scuola superiore.
Ti sembra tanto?
Guardiamo fuori: la media Ocse è del 54%.
In pratica, in altri paesi, laurearsi ti dà una spinta economica che è quasi il doppio di quella che ottieni in Italia. Da noi, la differenza tra lo stipendio di un diplomato e quello di un laureato, specialmente nei primi anni di carriera, è talmente sottile da sembrare invisibile.
Ti è mai capitato di vedere annunci di lavoro per laureati magistrali con stage rimborsati a 500 euro? O posizioni entry-level che richiedono “laurea + master + esperienza” per 1200 euro netti? Ecco, questa è la manifestazione pratica del dato Ocse.
Il mercato del lavoro italiano sembra fare fatica a valorizzare le competenze avanzate. Molte aziende sono piccole o piccolissime, a conduzione familiare, e spesso non sanno cosa farsene di un laureato ultra-specializzato, o semplicemente non hanno il budget per pagarlo quanto meriterebbe.
Questo crea frustrazione. Ti sei impegnato, hai investito anni e soldi (tasse universitarie, libri, affitti fuorisede), per poi trovarti a competere per stipendi che a malapena coprono l’affitto di un monolocale a Milano o Bologna. È qui che molti iniziano a chiedersi: ne è valsa la pena?

Perché la Germania è diversa? (E cosa possiamo imparare)
Abbiamo citato la Germania col suo 40% di laureati. Potresti dire: “Vabbè, ma sono messi peggio di Francia e Spagna anche loro”. Attenzione, perché qui il Paradosso della Laurea si scontra con un modello culturale diverso.
In Germania (e in altri paesi del centro-nord Europa), non avere una laurea non significa necessariamente avere basse competenze. Esiste un sistema di formazione professionale duale fortissimo. Lì, imparare un mestiere tecnico non è considerato un “piano B” per chi non ha voglia di studiare, ma un percorso di serie A che porta a stipendi di tutto rispetto e a carriere solide.
In Italia, invece, abbiamo polarizzato tutto: o fai il Liceo e poi l’Università, o sembra che tu abbia fallito. Gli istituti tecnici (ITS), che stanno provando a colmare questo gap, sono in crescita ma ancora troppo di nicchia rispetto ai grandi numeri delle università generaliste.
Il risultato? Abbiamo un sacco di gente iscritta a corsi di laurea “parcheggio” che magari non portano a sbocchi concreti, mentre le aziende piangono perché non trovano tecnici specializzati. È un cortocircuito: spingiamo tutti verso la laurea, ma poi non sappiamo retribuirla, mentre ignoriamo percorsi alternativi che il mercato richiederebbe a gran voce.
Il fattore “Tempo”: Perché ci mettiamo una vita?
Un altro tassello cruciale per capire Il Paradosso della Laurea in Italia è il fattore tempo. Qui la questione non è solo che siamo “pochi” a laurearci, ma che siamo dannatamente… lenti.
Attenzione, però: spegniamo subito la polemica da bar. Non siamo lenti per pigrizia, non siamo una generazione di “bamboccioni” che ama bivaccare in ateneo fino ai trent’anni. Il problema è che il sistema universitario italiano sembra disegnato da un architetto sadico che ama i percorsi a ostacoli. Siamo intrappolati in un bug di sistema dove l’impegno non è direttamente proporzionale alla velocità di uscita.
1. Il Labirinto barocco: esami, appelli e “tetris” Impossibili
In Italia, la burocrazia accademica è un nemico silenzioso che ti mangia mesi di vita.
Immagina di voler dare tre esami in una sessione. Sei preparato, hai studiato. Poi esce il calendario: due esami sono lo stesso giorno, alla stessa ora. O magari sono spalmati in modo che, se ne fallisci uno, il recupero si sovrappone al corso successivo.
È un Tetris impossibile.
Mentre in molti paesi anglosassoni o del Nord Europa gli esami sono “one-shot” (spesso scritti, pratici e concentrati in finestre temporali blindate), da noi vige il rito dell’orale infinito, dell’assistente che ti interroga su una nota a piè di pagina del libro del 1984 scritto dal barone di turno.
Questo sistema crea la figura del “fuoricorso involontario”: studenti brillanti che restano parcheggiati non perché non studiano, ma perché il sistema degli appelli è inefficiente e spesso punitivo. Un solo esame “scoglio” (quello famoso che blocca tutti) può costarti sei mesi di ritardo sulla tabella di marcia. Nel contesto del Paradosso della Laurea, sei mesi persi sono sei mesi di stipendio mancato.
2. L’ossessione della tesi (e il mito del “voto alto”)
C’è poi un fattore culturale tutto nostro: la glorificazione della Tesi e del voto.
All’estero, spesso la tesi (specialmente alla triennale) è un paper approfondito, un progetto pratico che chiudi in un paio di mesi.
In Italia? In Italia la tesi diventa spesso un’opera omnia. Professori che chiedono bibliografie infinite, correzioni che durano mesi, tempi di attesa biblici solo per avere l’approvazione del titolo.
Ci viene insegnato che “uscire con 110 e lode a 27 anni è meglio che uscire con 100 a 24”.
Ecco, Il Paradosso della Laurea ci dice che è esattamente il contrario. Il mercato del lavoro, oggi, premia la velocità e la reattività. Un anno perso a perfezionare una tesi compilativa che leggeranno in tre (tu, la mamma e forse il relatore) è un anno regalato alla concorrenza europea. È un anno in cui non stai accumulando skills reali.
3. Il Gap dell’Età: Junior a vita?
Arrivare alla laurea a 24-25 anni (se va bene, considerando la magistrale quasi obbligatoria per molti percorsi) in Italia è considerato “normale” o addirittura un successo.
Ma guardiamo fuori dalla finestra:
- In UK, a 21 anni hai finito il Bachelor e sei già operativo in azienda.
- In Francia, il sistema delle Grandes Écoles ti lancia nel management giovanissimo, spesso alternando scuola e lavoro già dai 20 anni.
Il risultato? Quando un neolaureato italiano si affaccia sul mercato a 26-27 anni, si trova a competere con coetanei europei che hanno già due o tre anni di esperienza lavorativa vera alle spalle.
Loro sono già Mid-Level o Senior, hanno già negoziato un aumento di stipendio, hanno già gestito budget o team.
Tu sei ancora considerato un “Junior assoluto”, un foglio bianco da formare, a cui proporre stage (spesso non retribuiti o rimborsati con cifre simboliche).
4. L’Effetto Compounding sul Portafoglio
Questo ritardo non è solo frustrante per l’ego, è un disastro finanziario. È qui che Il Paradosso della Laurea fa più male.
Entrare nel mercato del lavoro con 3 o 4 anni di ritardo significa perdere i primi anni di contributi pensionistici (ciao pensione!), ma soprattutto perdere gli anni di crescita salariale rapida.
Le aziende vedono un 27enne senza esperienza come un rischio o un costo, non come un investimento immediato. E così, quel ritardo accumulato tra appelli sovrapposti e tesi infinite si trascina dietro per anni, creando quel divario salariale che ci rende i parenti poveri d’Europa. Non è solo colpa degli stipendi bassi in sé, è colpa del fatto che iniziamo a percepire uno stipendio “vero” troppo tardi.
In sintesi: il sistema ci chiede di essere perfetti e teorici, il mondo ci chiede di essere veloci e pratici. E in mezzo a questo cortocircuito, il tempo passa.
Ma allora… buttiamo via i libri?
Arrivati a questo punto, dopo aver analizzato il Paradosso della Laurea in tutte le sue sfumature deprimenti, la tentazione di chiudere tutto e aprire un chiosco in spiaggia è forte.
Ma aspetta. Facciamo un respiro profondo e ribaltiamo la prospettiva.
Perché nonostante tutto, nonostante i dati Ocse, nonostante il 33% invece del 54%, la laurea serve ancora.
Ecco perché, e come bisogna interpretarla oggi per non cadere nella trappola:
1. La laurea come “Mindset”, non come pezzo di carta
Se pensi alla laurea solo come al ticket per avere il posto fisso, sei fregato. Quel mondo non esiste più. Ma l’università, se fatta bene, ti insegna una cosa che l’IA non può (ancora) replicare del tutto: il pensiero critico, la capacità di gestire la complessità, la resilienza mentale di preparare un esame impossibile.
Queste sono le famose soft skills che, alla lunga, pagano. Magari non al primo stipendio, ma al decimo anno di carriera sì. I laureati, anche in Italia, hanno tassi di occupazione più alti nel lungo periodo e rischiano meno di perdere il lavoro durante le crisi.
2. Scegliere strategicamente
Il Paradosso della Laurea colpisce duro, ma non colpisce tutti allo stesso modo. C’è una differenza abissale tra laurearsi in settori saturi e laurearsi in ambiti STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) o in nicchie emergenti.
Non significa che tutti debbano fare ingegneria. Significa che anche se studi Lettere, devi capire come ibridare le tue conoscenze. Magari unendo umanesimo e digitale. La purezza accademica è bella, ma la contaminazione è quella che ti salva nel mercato del lavoro 2025.
3. L’opzione fuga (o il ritorno)
Avere una laurea in tasca è il tuo passaporto. Letteralmente. Se il Paradosso della Laurea in Italia ti sta stretto, il titolo è riconosciuto (grazie al Processo di Bologna) in tutta Europa.
Quel 32% di laureati italiani diventa molto appetibile all’estero, dove la preparazione teorica delle nostre università è spesso considerata eccellente. Molti giovani usano la laurea italiana come trampolino per iniziare la carriera dove il “premio salariale” è quel famoso 54% o più, per poi magari rientrare in Italia da posizioni di forza, con stipendi e know-how che qui sarebbero irraggiungibili partendo da zero. Non è “fuga di cervelli”, è circolazione di talenti.
Come hackerare il sistema
Se sei dentro a questo percorso o stai per entrarci, ecco qualche consiglio pratico per non farti schiacciare dal Paradosso della Laurea:
- Non fare solo lo studente: Il 110 e lode è bello, ma un 100 con un anno di esperienza in un’associazione studentesca, un progetto di volontariato o un lavoretto part-time vale di più. Le aziende cercano persone che sappiano stare al mondo, non solo stare sui libri.
- Networking furioso: In un paese dove l’ascensore sociale è bloccato, le relazioni sono la scala antincendio. Conosci gente, usa LinkedIn come se fosse Instagram (ma in modo professionale), vai agli eventi. Il “chi conosci” purtroppo conta ancora, ma puoi costruirti la tua rete da zero.
- Inglese vero, non scolastico: Dato che siamo fanalino di coda anche nelle lingue spesso, avere un inglese C1 certificato è un superpotere che ti distingue immediatamente dalla massa.
- Occhio agli ITS: Se l’università teorica ti spaventa o non fa per te, guarda agli Istituti Tecnologici Superiori. Tassi di occupazione altissimi, percorsi brevi, legame diretto con le aziende. Non è una serie B, è un campionato diverso che spesso paga meglio della serie A.
La sfida della nostra generazione
Il rapporto Education at a Glance 2025 è uno specchio scomodo. Ci mostra un’Italia vecchia, ferma, che fatica a scommettere sui giovani. Leggere che siamo dietro a tutti in Europa e che il divario sociale determina ancora chi può studiare e chi no, fa male.
Tuttavia, cedere al cinismo è la mossa sbagliata. Il Paradosso della Laurea non si risolve smettendo di studiare, ma pretendendo che lo studio venga valorizzato. Si risolve scegliendo percorsi formativi con consapevolezza, non per inerzia. Si risolve capendo che la laurea è solo la base di partenza, non il traguardo.
Siamo la generazione con il più alto potenziale e le peggiori condizioni di partenza degli ultimi decenni. È una sfida ingiusta? Sì.
Ma proprio perché siamo “pochi” (quel 32%), siamo anche una risorsa scarsa. E in economia, ciò che è scarso, prima o poi, aumenta di valore.
Sta a noi, ma anche alla politica e alle imprese, far sì che quel valore venga riconosciuto qui, oggi, e non solo altrove o in un futuro ipotetico.
Il Paradosso della Laurea esiste, è reale ed è un muro alto. Ma i muri si possono scavalcare, o meglio ancora, abbattere. Continuiamo a studiare, ma facciamolo con gli occhi aperti e i denti stretti. Perché quel 33% di stipendio in più sarà anche poco rispetto all’Europa, ma la libertà di scegliere il proprio destino, quella che ti dà la conoscenza, non ha prezzo.
E tu, da che parte del paradosso ti senti? Sei tra chi lotta per quel 15% di ascesa sociale o tra chi sta valutando se il gioco vale la candela? In ogni caso, good luck. Ne avremo bisogno.





